Disse a Gesù: chi è il mio prossimo? XV Domenica del tempo Ordinario (anno c) - 10 luglio 2016

migranti 1Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’

(Lc 10, 25-37)  


Commento a cura di Michele Antonio Corona

Una parabola incastonata all’interno del dialogo tra un maestro e un dottore della Legge. L’importanza di tale sottolineatura non è solamente stilistica, ma è programmatica: Gesù non inventa parabole per gusto letterario o artistico, ma esse sono la declinazione narrativa di ciò che vuole trasmettere. La parabola risponde alla seconda domanda del dottore della legge, che in Luca presenta intenzioni provocatorie. «E chi è il mio prossimo?». Una questione molto dibattuta ai tempi di Gesù, dal momento che le molte correnti giudaiche e i rabbini offrivano a essa risposte differenti. Alcuni consideravano prossimi solo gli stessi giudei, altri gli appartenenti al proprio partito, altri ancora aggiungevano tutti coloro che simpatizzavano per tradizioni e religiosità giudaica, alcuni ampliavano questo gruppo inserendovi anche pagani e, addirittura, nemici. La parabola di Gesù sembra porsi in questa ottica universale, dal momento che il coprotagonista è un samaritano, inviso ai giudei e soprattutto ai ferventi gerosolimitani. Alla domanda del dottore della Legge dovremmo rispondere anche noi, evitando ogni definizione concettuale e ripensando al nostro modo di amare. Chi amo? Di chi mi prendo cura? Davanti a chi, come levita e sacerdote, «vado oltre» per non sporcarmi le mani o perché non vedo l’altro come prossimo? Forse, si potrebbe esemplificare la parabola attualizzandola in vari modi. Uno dei quali potrebbe essere trasformare la strada tra Gerusalemme e Gerico nelle rotte mediterranee di altri viandanti che si trovano minacciati e lasciati (mezzo) morti da trafficanti senza scrupoli. Un altro modo è vedere quanti anziani rovistano tra gli scarti alimentari dei mercati per «tirare a campare un giorno in più». E come dimenticare quei padri di famiglia che si trovano in strada senza lavoro e senza un alloggio dopo aver visto sfaldarsi i legami familiari? Non è «mezzo morto» chi viene spogliato di tutto dalla mania del gioco d’azzardo o dall’alcool o dalla droga o da avidi usurai? Davanti a questi pochi esempi, cosa provo quando passo di fianco a queste persone? «Se amate coloro che vi amano che merito ne avrete?», dirà Gesù altrove. Quell’uomo incappato nei briganti non sembra aver nulla da restituire al suo soccorritore. Per quale motivo il samaritano si ferma? Perché «provò compassione». Non basta essere fisicamente vicini, prossimi, per essere «misericordiosi come il Padre». Piuttosto, come Gesù davanti alla vedova di Nain e il padre nella parabola del «figliol prodigo» è dirimente il provare compassione, cioè avere un cuore che sa battere, che sa amare, che sa prendere decisioni di vera prossimità. Amare Dio e amare il prossimo non sono due direttive parallele, ma l’orizzonte di fondo entro cui si situano tutte le decisioni esistenziali. «Va’ e anche tu fa’ così».

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