La vita è bella e va vissuta fino in fondo Due malati raccontano il loro amore per la vita nonostante le condizioni di oggettiva difficoltà con le quali dibattono quotidianamente

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«La vita è bellezza, ammirala. La vita è un’opportunità, coglila. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà (…) La vita è la vita, difendila».

È un breve estratto del discorso pronunciato da santa Teresa di Calcutta in occasione del premio Nobel per la pace che le fu conferito nel dicembre del 1979.

Dopo quasi quarant’anni da quel giorno la società italiana continua a interrogarsi sull’opportunità che venga varata dallo Stato una legge sul fine vita.

Tematiche delicate quelle che toccano la sfera etica e morale, efficacemente sintetizzate dal compianto san Giovanni Paolo II che, nella sua enciclica «Evangelium vitae» del 1995, scriveva «l’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena (…). La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante dell’intero e unitario processo dell’esistenza umana (…) che raggiungerà il suo pieno compimento nell’eternità (cf.1 Gv 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell’uomo e della donna (…); è comunque realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli. (…) Pur tra difficoltà e incertezze (…) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine afferma il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica».

Di tanto in tanto alcuni casi di morte per termine o rifiuto del trattamento medico, l’ultimo in ordine di tempo è quello  di Fabiano Antoniani in arte dj Fabo, pongono all’attenzione della politica e dell’opinione pubblica la necessità di legiferare in maniera chiara sull’argomento.

Fabo, 40 anni, tetraplegico e cieco a seguito di un incidente stradale, ha scelto di morire in Svizzera, dove la legge autorizza il «suicidio assistito».

Ma la sofferenza ha tante facce: quella di Matteo Nassigh, 19 anni, inchiodato alla carrozzella dalla nascita.

Intervistato dal quotidiano Avvenire ha rivolto un appello al dj Fabo: «Voglio rispondergli perché io conosco bene la fatica di vivere in un corpo che non ti obbedisce in niente. Voglio dirgli che noi persone cosiddette disabili siamo portatori di messaggi molto importanti per gli altri, noi portiamo una luce. Anch’io a volte ho creduto di voler morire, perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili. Fabo noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere. Il problema di dj Fabo e dei tanti che la pensano come lui è che vedono la disabilità come un’assenza di qualcosa, invece è una diversa presenza. Cambiate lo sguardo e lasciateci la libertà di restare noi stessi, allora noi saremo liberi quanto voi. Se le persone vengono misurate per ciò che fanno, è ovvio che uno come me o dj Fabo vuole solo morire. Ma se venissero capite per quello che sono, tutto cambierebbe».

La sofferenza apre una pagina anche sulla vita di Marco Pedde che sul Sir, Servizio informazione religiosa, dichiara «per la mia riflessione prendo spunto dal film “La vita è bella” di Roberto Benigni. Dal film arriva il messaggio preciso della necessità di un approccio positivo anche davanti alle più estreme e imprevedibili difficoltà, da cui anch’io ho tratto beneficio. Un atteggiamento che mi sono imposto in quella cupa stanza d’ospedale quando mi è stata diagnosticata la Sclerosi laterale amiotrofica. Lasciando l’ospedale, quel giorno ho iniziato la mia seconda esistenza. La vita è bella e acquista un senso anche nella malattia, se doni te stesso agli altri, a un figlio, a un fratello, a un amico. Se sei riconoscente per quello che hai e non rimugini su ciò che ti manca».

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