A Lui non sono degno di slegare il laccio del sandalo IIII Domenica del Tempo di avvento (Anno B)

Giovanni BattistaDal Vangelo secondo Marco

Venne un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

(Gv 1, 6-8. 19-28)

Commento a cura di Andrea Busia

Già la settimana scorsa la liturgia ci ha presentato il personaggio di Giovanni Battista attingendo dal vangelo secondo Marco. Stavolta ci viene presentato un estratto del prologo del Vangelo secondo Giovanni in cui, già dall’inizio, ci viene detto che entra sulla scena un uomo che non agisce di sua iniziativa ma su mandato diretto di Dio, è un profeta che compie la volontà di Dio. Giovanni pone in evidenza il suo nome, il nome che Luca ci rivela fosse stato scelto proprio da Dio, il nome di Giovanni che richiama, nella sua radice ebraica la misericordia di Dio: la stessa venuta di Giovanni, la sua comparsa sulla scena, sono un annuncio di misericordia. È per questo che Giovanni testimonia, annuncia la luce, annuncia che Dio sta per venire per prendere possesso del suo popolo, per non lasciarlo più in balia del peccato. Non a caso Gesù, il Verbo, viene identificato con la luce che sconfigge le tenebre.

Il compito di Giovanni è impegnativo perché è altissimo l’obiettivo: essere il mezzo scelto da Dio per condurre il popolo a riconoscere la luce, dando a lei testimonianza.

Giovanni è esemplare nell’evitare la tentazione di vantarsi di ciò che non gli compete. Alle domande dei giudei risponde con fermezza negando di essere il Cristo e, allo stesso tempo, affermando di essere una voce, essere l’araldo di quella luce, che nella seconda parte assume il titolo messianico di «Cristo».

Giovanni ha una consapevolezza eccezionale del suo ruolo e non ha alcuna intenzione di far suo il ruolo di Gesù o sottrargli anche un minimo di autorità. Lui esiste in quanto, in relazione con Gesù, senza Gesù lui non sarebbe niente: lui è mandato da Dio, come «testimone della luce», «per dare testimonianza alla luce» (ripetuto due volte), «perché tutti credessero [alla luce] per mezzo di lui», «non è il Cristo», è il suo araldo, colui che ne annuncia la venuta, ed è uno che non si ritiene degno di slegare i lacci di Gesù.

È evidente come Giovanni trovi il senso della sua vita in Gesù stesso, nella sua attesa, nella preparazione ad accoglierlo e per questo è, assieme a Maria, l’icona principale dell’avvento, sebbene in questo tempo liturgico ci vengano presentati momenti della sua vita in cui Gesù era già abbondantemente cresciuto. Da lui siamo chiamati a imparare la radicalità dell’impegno nella preparazione all’incontro con il Signore, senza mai voler rendere noi stessi, e tantomeno altri che non siano il Signore, i Signori della nostra vita.

Questo anche se Giovanni per la sua radicalità evangelica ci può spaventare, perché di fatto tutti siamo tentati di affidare al Signore la nostra vita «tranne qualche aspetto», per rimanerne padroni assoluti.

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