Quando verrà lui, lo Spirito della verità SS. Trinità (anno C) - 22 maggio 2016

trinitàDal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»

(Gv 16, 12-15)

Commento a cura di Michele antonio Corona

La liturgia della parola della domenica successiva alla Pentecoste ha come principale oggetto di contemplazione la Santissima Trinità.

Questo grande mistero viene presentato attraverso l’itinerario che parte dalla prima lettura e giunge al vangelo, attraverso la lettera ai Romani. Il libro dei Proverbi, nel tipico linguaggio ellenistico, concentra la propria attenzione sul rapporto creazione/progetto divino. La Sapienza, nel caso dei Proverbi, non è una divinità, ma corrisponde a ciò che lo stesso Dio Creatore ha nel cuore. L’attività creativa non è frutto di improvvisazione o estemporaneità affettiva, bensì il modo proprio di Dio di esternarsi. Dante nella Divina Commedia focalizzerà questo progetto divino di creazione con la famosa terzina: «Non per aver a sé di bene acquisto, / ch’essere non po’, ma perché suo splendore / potesse, risplendendo, dir Subsisto» (Par. 29,11). Dunque, l’opera della creazione non come auto glorificazione di Dio, ma apertura vera alla creatura per conoscersi ed entrare in relazione. Interessante notare anche l’aspetto ludico della pericope, che mostra la Sapienza con un rapporto disteso e distensivo con Dio, quasi a richiamare la decisiva relazione filiale di Gesù.

Il vangelo, pur non avendo come obiettivo la presentazione dogmatica della Trinità, riflette sul ruolo missionario del Padre, del Figlio e dello Spirito. Ognuna delle tre persone della Trinità ha svolto un ruolo specifico e salvifico nella storia della salvezza. Ciò non significa che ognuna delle tre si sia ritirata al termine del proprio operato, ma ha certamente saputo sostenere con amore, discrezione e rispetto chi operava. Padre, Figlio e Spirito hanno operato e operano nella storia dell’uomo in sintonia e rispetto, con responsabilità e in modo instancabile. Gesù stesso, dopo la risurrezione non si ostina a rimanere nel mondo con la presenza fisica, ma «cede il passo» allo Spirito, che ha il compito di guidare alla verità.  Ciò non è acquisizione intellettuale, bensì la pienezza della salvezza, il compimento della grazia, il riconoscimento del ruolo redentivo del Figlio e creativo del Padre. La santificazione operata dallo Spirito non potrebbe essere tale senza l’opera di Padre e Figlio, ma si attua per mezzo dell’azione dello Spirito Santo.

Forse, oltre alle suggestioni teologiche, l’opera della Trinità ci dice in sé qualcosa di importante per la nostra pastorale: aver la capacità (e l’umiltà vera) di lasciare anche ad altri il compito della crescita e della responsabilità. Spesso ci sentiamo dei veri «Padre eterno» nelle nostre piccole realtà, cercando di mantenere le redini delle varie situazioni, il predominio sulle realtà, la regia sulle attività pastorali, come se senza di noi tutto potesse decadere e crollare. Il Padre ha saputo inviare il Figlio per compiere l’opera della redenzione dell’uomo attraverso l’incarnazione, morte e risurrezione. Solo il Figlio può «fregiarsi» di questo onore! Eppure, lo può fare proprio per la grande generosità di Padre e Spirito che lo hanno accompagnato, sostenuto, amato. Allo stesso modo per la creazione operata dal Padre e la santificazione dello Spirito. Paolo, nella seconda lettura, sottolinea con chiarezza questa armonia e sinergia del Padre, Figlio e Spirito. Potremmo, in questa solennità, ricordarci che l’operato della Trinità ci viene presentato non solo per essere conosciuto e contemplato come realtà lontana e trascendente, ma ancor più per essere incarnato nella nostra vita personale, comunitaria, ecclesiale. L’esperienza della fede, pertanto, ci chiama ad essere uomini e donne generosi, aperti, segnati dalla comunione, spinti dal desiderio di non essere possessori ma partecipativi, non monolitici ma comunionali. Il richiamo al «possesso» nella parte finale del vangelo non è riferito a qualcosa di proprio ma a ciò che il Padre condivide col Figlio: l’amore, ovvero lo Spirito Santo.

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