La vita «Alla fine è sempre all’improvviso»

Don Marco Pozza il 12 dicembre presenta l’ultimo libro alla Fondazione di Sardegna

Un romanzo scritto da un prete è di per sé una notizia, se poi la trama è caratterizzata da una grande libertà interiore, la curiosità cresce. 

«Alla fine è sempre all’improvviso», di don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, verrà presentato il 12 dicembre alle 17.30, alla Fondazione di Sardegna, a Cagliari, e rappresenta una bella sfida per il volto noto della Tv, così vicino a papa Francesco. 

«Un romanzo – esordisce don Marco – che è un po’ un incrocio di storie.

Mi sono fatto una domanda: “Che cosa è successo alla mia vita, alla storia di sacerdote quando sono entrato in un bacino ricco di storie come un carcere di massima sicurezza?”.

«Nel romanzo emerge questo incontro – scontro tra la vita di un prete, apparentemente perfetta, e quella di un ragazzo, dietro al quale si nascondono i tantissimi giovani alla prese con l’esperienza del carcere.

Mi sono reso conto, non solo nella mia vita ma anche in quella di altre persone, che spesso puoi prepararti e fare progetti, poi, dietro ad un incrocio, si presenta la sorpresa, attraverso la quale riesci a misurare la verità sulla tua esistenza», quel «alla fine è sempre all’improvviso».

«Un po’ – prosegue il sacerdote – come quei professori che assegnano dei compiti a sorpresa ai propri studenti, mal tollerati ma sicuramente molto più efficaci sul piano formativo di tante interrogazioni programmate: è in quei momenti che misuri le tue capacità di risposta a quanto ti accade all’improvviso».

L’imprevisto e la sorpresa sono due delle colonne portanti del romanzo, «che non è – precisa don Pozza – una mia autobiografia».

Nel romanzo sacerdoti e comunità sembrano aiutarsi reciprocamente?

Le due comunità si contaminano a vicenda.

Un paese abituato, forse, ad un cristianesimo che riconosce Dio Amore senza averlo però mai sperimentato, nel quale arriva un prete proveniente da gente che ha fallito.

Ognuna delle due comunità ha le proprie storie, i propri pregiudizi, ma ciò che fa la differenza è la capacità di incontro tra questi due mondi.

La comunità di Val Orino, dà fiducia a don Julian, affidandogli l’educazione dei propri bambini, il sacerdote, dal canto suo, porta alla comunità il regalo più bello: nella vita si può sbagliare, come è accaduto a don Julian, ma da un errore si può uscire più forti e con una vita ridisegnata.

In fondo è la parabola della pecorella smarrita sulla quale don Julian imposta il percorso di preparazione dei bambini alla prima comunione.

È difficile capire se un giorno non si è stati quella pecorella perduta. In quel momento riesci a comprendere perché hai davvero bisogno di avere un pastore capace di lasciare le 99 pecore per andare a cercare l’unica smarrita e questo ti fa sentire importante.

Far diventare protagonista qualcuno è ciò che don Julian ha fatto per la comunità di Val Orino, la quale, ancora prima che il sacerdote svelasse la sua storia, lo ha fatto sentire uno parte di sé.

Così si manifestata l’accoglienza reciproca tra le due parti.

Papa Francesco chiede di stare accanto alle persone, specie le più deboli, ma non sempre viene compreso.

Finché il Papa dice le cose ha molto seguito, quando poi si tratta di mettere in pratica gli insegnamenti nascono le difficoltà. Ho incontrato Francesco ed ho ricevuto un dono da Dio: in questi anni di pontificato ho ascoltato il Papa e dietro le mura di un carcere ho visto realizzarsi le cose delle quali lui parla. 

Quanto Francesco dice, lì dentro, per noi, non solo accade ma diventa anche una carezza sulla vita ferita, mostrando come un Dio così grande riesca a farsi così piccolo nell’ostia, pur di andare a cercare coloro che la società ha messo ai margini.

Alla fine c’è una possibilità per tutti: l’importante è trovare chi ti aiuti a trovare questo “tesoro”. Julian e Giacomo (due dei protagonisti n.d.r) lo hanno trovato dentro il silenzio e la clausura di una cella. Per papa Francesco Dio è vicino a ciascuno di noi, basta girare lo sguardo lì dove ci troviamo.

Nel carcere di Uta il gruppo sinodale ha commentato il Vangelo domenicale. Un’esperienza interessante.

Si tratta di persone che al primo tentativo non sono riuscite ad arrivare alla felicità, ma possono spiegarti il Vangelo in madre lingua. Andare in periferia non è solo portare qualcosa ma è anche ricevere la freschezza di una parola di cui abbiamo necessità. La domanda di oggi è: “Sono importanti i numeri di chi non viene più o la mancanza di passione in coloro che partecipano?”.

Dalla risposta al quesito dipendono i piani pastorali. 

Roberto Comparetti

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