Pochi, anziani e poveri: la Sardegna langue

Tutti gli indicatori certificano una condizione di sofferenza per la nostra Isola

(Foto Siciliani – Gennari

Pochi, anziani e poveri.

Gli ultimi dati sulla nostra Isola sono tutt’altro che rassicuranti.

Diminuisce la popolazione, oramai sotto il milione e 600mila residenti e tra 20 anni saranno 240mila in meno, cresce il numero di anziani così come il numero di persone in condizione di povertà. 

Un quadro sconfortante che non fa presagire un futuro sostenibile, sia dal punto di vista sociale che economico. 

Lo ha denunciato qualche settimana fa la Cisl Pensionati, con la segretaria nazionale, Anna Maria Foresi, che ha puntato il dito contro lo stile governativo, trasversale a tutte le maggioranze alternatesi negli ultimi decenni alla guida dell’Italia, di rifugiarsi nel «salvagente» pensionistico quando si tratta di far cassa e risparmiare, una modalità che dal 1990 a oggi, sostiene la Cisl, ha ridotto del 30 per cento il potere d’acquisto degli over 65.

In Sardegna poi il dato è ancora più preoccupante, dato il numero di ultrasessantenni che compone la popolazione residente e tra questi molti vivono una condizione di povertà relativa, diversi anche quelli in povertà assoluta, mentre nel 2050 il 40% dei sardi avrà più di 45 anni.

Secondo i dati forniti dalla Cisl l’incidenza della povertà relativa nel Sud Sardegna è passata dal 13,9% del 2020 al 16,1 del 2021, una crescita che di certo è proseguita in questi mesi, alla luce del tasso di inflazione alto e di retribuzioni di fatto ferme. 

Secondo il direttore del centro studi della Caritas regionale, Raffaele Callia «il rischio per nulla remoto è che, oltre ad ereditare il patrimonio genetico, i poveri, in quanto tali, possano ricevere in lascito anche la condizione di fragilità economica, sociale e culturale della propria famiglia di origine, con un esito di immutata mobilità o perfino di mobilità sociale discendente nel passaggio alla generazione successiva». 

In altri termini «in un’epoca di scarsa mobilità sociale, come quella attuale, essere figli di genitori poveri – dice Callia – accresce la probabilità di rimanere poveri e di divenire in seguito genitori di figli poveri, dando vita a una vera e propria trasmissione intergenerazionale della povertà».

Pochi, anziani e poveri.

Il dato della povertà fa il paio con quello dello spopolamento, come denunciato lo scorso fine settembre a Seuni, frazione di Selegas, nel corso di un convegno organizzato dalla parrocchia. 

In quell’occasione don Gianfranco Zuncheddu si era chiesto che cosa facciano le istituzioni per risolvere un problema che è ormai sempre più diffuso, soprattutto nelle zone interne dell’Isola. «La Chiesa – ha evidenziato il sacerdote – sta certamente facendo la sua parte, garantendo per lo meno la presenza, mantenendo aperte le parrocchie».

La sfida è dunque quella di dare prospettive di ripresa e di sviluppo a queste aree.

Senza lavoro e senza servizi è difficile che i giovani possano decidere di restare radicati nelle zone interne. 

A tutto ciò si aggiunge poi il basso tenore di vita che spesso si registra nei piccoli centri: anche i dati resi noti dalle Acli nei giorni scorsi fanno decisamente temere un peggioramento della condizione di tanti.

Il rischio di esclusione sociale è cresciuto da 28,1 ogni 100 abitanti nel periodo pre-Covid del 2019 ad addirittura il 36,4 nel 2022, la media nazionale è di 24,4. 

Un ultimo elemento è quello relativo alla percezione che si ha della condizione di povertà: troppo spesso c’è una sorta di ineluttabilità che sembra accompagnare i poveri, i quali ogni sera sono oggetto di squallidi attacchi da parte di insulse gazzarre televisive. 

Roberto Comparetti

Pochi, anziani e poveri.

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