Amerai il prossimo tuo come te stesso

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

(Mt 22,34-40)

Il commento al Vangelo questa domenica è affidato a don Luigi Zuncheddu, missionario «fidei donum» a Viana in Brasile.

Grazie a padre Marco Milia per il servizio reso nell’ultimo numero.

Commento a cura di Luigi Zuncheddu

Gesù sa bene che la Legge di Mosè, vale a dire i primi cinque libri della Parola di Dio, è carica di insegnamenti per vivere la fedeltà al Dio unico del popolo di Israele.

Tale fedeltà si fonda sull’alleanza, cui Dio è sempre fedele, il popolo un po’ meno.

Per agevolare il fedele nel compimento dell’alleanza, in quei tempi si fece necessario collezionare delle prescrizioni, il da farsi e il da non farsi.

Tuttavia, alla voglia di semplificare le cose non sempre corrisponde un effettivo rendere semplici le cose, e il rischio è perdersi in un ginepraio di prescrizioni, le cui violazioni costituiranno i peccati, gravi o veniali, su alcuni o molti dei quali c’è comunque discussione.

Anche noi cristiani corriamo lo stesso rischio.

Il realizzarsi delle prescrizioni, invece, aprirà la porta del paradiso.

Anche noi cristiani cerchiamo di raggiungere la stessa meta.

Gesù non intende fare la sintesi di tutti i precetti, quando indica il grande e primo comandamento.

Sulla scia della sapienza di Israele, egli pone il verbo amare al futuro, come un presente sempre in fase di andamento, un agire che mai si compie totalmente in questa vita.

È quel quotidiano «amerai», della preghiera del pio israelita, che mai si stanca né si estingue, neanche quando la vita finisce, ma che si vivrà anche nella vita eterna.

Il Signore, infatti, è Dio, è il tuo Dio, colui che si è unito strettamente a ciascuna delle sue creature.

Anche noi cristiani, secondo la rivelazione del Nuovo Testamento, siamo strettamente uniti al Padre, nel Figlio, in un solo Spirito, lo Spirito d’amore.

Gesù apre alla prospettiva di vivere un amore concreto, tra persone che sono prossime.

Nell’attuale società, tutti siamo prossimi; lo sviluppo dei viaggi e delle comunicazioni ha reso individui e popoli sempre più vicini, rendendo possibile ciò che duemila anni fa non era neanche pensabile: andare ben oltre la persona strettamente prossima.

La missione ci rende concretamente presenti al nostro prossimo, quello che in altri tempi si identificava come «in via di sviluppo» e che oggi Gesù, nel Vangelo, ci dice di riconoscerlo come «tuo prossimo».

«Cuori ardenti e piedi in cammino» hanno reso possibile e concreto questo insegnamento di Gesù.

Missionarie e missionari si sono mossi per raggiungere il prossimo dovunque si trovasse, in paesi e territori «lontani», memori del comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo» (Mc 16,15).

Si trova la stessa situazione quando è il prossimo che si muove dal suo paese, dai suoi territori «lontani» per farsi vicino a noi: è il fenomeno dell’attuale migrazione, soprattutto dall’Africa.

I cristiani, missionari per il battesimo ricevuto, sono invitati da Gesù a rendersi protagonisti di accoglienza: è l’accoglienza uno dei volti autentici della missione.

Secondo questa riflessione, acquista nuova forza la domanda dell’apostolo: «Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi?» (1Gv 4,20).

La vita in missione, a volte, ci porta a vivere situazioni di precarietà, in cui sperimentiamo la vicinanza e l’accoglienza di persone mai viste prima e, quindi, sconosciute.

A volte hanno condiviso volentieri con noi il poco che avevano: un po’ di riso e fagioli, del caffè con farina di manioca.

In capanne di legno e fango, nella stanza più fresca, ci hanno aiutato a fissare un’amaca per poter riposare.

Lo si ricorda.

La non conoscenza di luoghi e persone è, tuttavia, il luogo favorevole per la missione; è il fratello che si vede, il prossimo che ti viene incontro, colui che manifesta il volto amorevole di Dio.

È in queste circostanze che i cuori, che si stanno spegnendo per la difficoltà e la tristezza, ritornano ad essere ardenti per rianimare i piedi nel cammino.

La missione, cui dedichiamo la preghiera e le opere della carità nel mese di ottobre, trova la sua motivazione nel vivere quotidiano, alla luce dalla Parola.

La missione, allora, non è qualcosa di speciale, riservato a pochi volontari, ma l’espressione autentica del vivere la Parola: «Amerai il Signore Dio tuo… amerai il prossimo tuo».

RIPRODUZIONE RISERVATA
© Copyright Il Portico