Egli si avvicinò e la fece alzare

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.

Tutta la città era riunita davanti alla porta.

Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.

Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce.

Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!».

Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

(Mc 1,29-39)

Commento a cura di Walter Onano

Oggi la Liturgia celebra la V Domenica del Tempo Ordinario e il brano evangelico ci presenta Gesù che compie sì dei miracoli, ma si sottrae alla notorietà che essi possono portare, essendo più interessato all’annuncio del Regno di Dio.

Gesù, con la sua piccola comunità, lascia la sinagoga. 

Ormai non è più solo; ha scelto di comunicare il Vangelo del regno insieme ai suoi discepoli, formando così con loro una piccola, ma vera famiglia.

Entrati nella casa di Simone, diventata la dimora di questa nuova famiglia, i discepoli presentano a Gesù l’anziana suocera dell’apostolo che giace a letto con la febbre.

Il maestro ascolta la preghiera dei discepoli: si avvicina all’anziana donna, la prende per mano e la guarisce.

E lei, una volta guarita, si mette immediatamente a servirli.

Guarire vuol dire alzarsi dall’immobilismo del proprio egoismo e della propria pigrizia per mettersi a servire Gesù e la sua comunità.

È rendersi disponibili a restituire al Signore la grazia che ci concede attraverso il nostro impegno. 

È preoccuparsi dell’altro allo stesso modo di come il Signore si è preoccupato di noi.

La scena poi continua con l’assembramento di malati e dell’intera città che fanno ressa davanti alla porta della casa di Gesù.

Ciò interroga profondamente ogni discepolo e ogni comunità. 

La forza, infatti, non è nel numero dei membri della comunità, ma nel suo cuore. Il Signore insegna ai suoi ad aprirsi alle numerose domande che salgono dai deboli e dai poveri. 

Quando una comunità si raccoglie assieme per la preghiera, questa scena evangelica si realizza nuovamente.

Anche attraverso la nostra preghiera, sale a Dio il grido dei poveri che si affollano alla porta del nostro cuore.

E il Signore li ascolta e li guarisce. 

Per questo è bene farsi una domanda all’inizio di questo nuovo anno: sono le nostre comunità cristiane come quella porta di cui parla il Vangelo? 

Dove i poveri e i deboli, i disperati e gli angosciati, trovano i luoghi della misericordia e della guarigione? 

Non è solo un caso che Cafarnao significa: «città della consolazione». Dovrebbe essere questo il vero nome di ogni comunità e di ogni cuore. 

Poi Marco descrive la giornata di Gesù, potremmo dire una giornata tipo del Maestro. Ma anche quella di ogni comunità e di ogni discepolo.

Inizia con la preghiera.

L’incontro personale con Dio è il fondamento stesso della vita del credente. 

La preghiera allarga il cuore e realizza quella novità di vita che solo chi è unito al Signore può incarnare.  Riempirsi di Dio significa riempirsi di gioia e di amore, e portarli ovunque.

Domenica prossima la Chiesa celebra la 32ª Giornata Mondiale del Malato sul tema: «Non è bene che l’uomo sia solo».

Curare il malato curando le relazioni. Il Messaggio del Papa si ispira al capitolo 2 del Libro della Genesi. Richiama quindi il modello del Buon Samaritano con la «sua capacità di rallentare il passo e di farsi prossimo, alla tenerezza con cui lenisce le ferite di chi soffre» e ricorda che «la prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza.

Per questo, prendersi cura del malato significa prendersi cura delle sue relazioni: con Dio, con gli altri – familiari, amici, operatori sanitari –, col creato, con sé stesso».

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