La speranza è quella di trasmettere la gioia dell’amicizia con Cristo La testimonianza

pastoraleEssere catechista significa tante cose. Papa Francesco ha più volte sottolineato che non si è catechisti perché lo si fa. Non si tratta di un titolo ma di una vocazione che comporta tre aspetti, come detto dal Papa nelle parole che ha rivolto ai catechisti durante il Congresso internazionale sulla Catechesi: significa imparare a stare con Cristo, imparare ad ascoltarlo e a lasciarsi guardare da Lui. Significa fare un’esperienza di movimento, di uscita da se stessi e di incontro dell’altro. Significa non avere paura di seguire Dio fino alle periferie, di andare oltre gli schemi per testimoniare il Vangelo. Ecco allora che essere catechista significa essere testimoni: testimoni di un incontro che si è fatto con Cristo. Un incontro talmente importante che non può essere tenuto nascosto, ma che si sente il bisogno di comunicare per testimoniare anche all’altro la gioia che può comportare. Essere catechisti significa crescere nella fede e far arrivare all’altro quanto si può essere felici se si è amici di Cristo.

Questa sostanza si concretizza nel rapporto con i ragazzi. Non si tratta di insegnare loro qualcosa. Certo, si possono comunicare dei contenuti ma, se vogliamo che questi ragazzi coltivino la loro amicizia con Gesù, dobbiamo esserne testimoni, trasmettere la gioia di stare con Cristo. Facendo questo percorso con dei ragazzi preadolescenti, ci si accorge facilmente che, a quell’età si hanno giustamente tanti dubbi.

Per citare un argomento molto discusso, la confessione è un tema di cui si parla spesso e verso il quale i ragazzi manifestano qualche incertezza: ma Dio perdona proprio tutti i nostri peccati? Come fa il sacerdote a darci il perdono? Perché non possiamo confessarci con un nostro amico? È difficile alla loro età, e non solo, capire come Dio possa perdonarci e come noi possiamo perdonare, ma vale la pena insistere su questo punto, fulcro della nostra vita da cristiani, perché è anche da qui che passa il senso di quella amicizia con Cristo che vogliamo trasmettere. Il Papa ci invita a riflettere sullo speciale perdono di Dio, un perdono che poi si dimentica dei nostri peccati. Ma è davvero possibile perdonare come Dio perdona noi? È davvero possibile percorrere la via dell’amore misericordioso? Ecco, insistere su questo aspetto mi sembra un ottima strada per essere, da catechisti, testimoni.

Sì, testimoni, con speranze e delusioni. Come catechista, coltivo sempre la speranza che il cammino con i ragazzi lasci un frutto, in loro e nelle loro esperienze di vita. La speranza che questi anni non rimangano sterili ma diano loro la chiave di una vita più felice. È bello parlare con i ragazzi di ogni argomento, maturare con loro confidenza e fiducia, è bello che si sentano vicini a noi. Certo, non tutti allo stesso modo, c’è sempre chi è più aperto e disponibile a parlare di sé e chi è invece più timido e riservato. C’è chi è più presente col cuore e chi, con qualche personale rammarico, è più vago e lontano. Su tutti loro si stende però, indifferentemente, la speranza più profonda del catechista: che la gioia e la pienezza dell’amicizia di Cristo li raggiungano, uno a uno, e che loro siano pronti ad accoglierle.

Giorgia Ghisu

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